domenica 6 maggio 2012

SOLVAIG


Non sono mai stata brava a parlare di me o solo a raccontare quello che mi accade, preferisco osservare quello che vedo attorno.
Però proverò a raccontarvi un po' di me.
Il mio nome è Sölvaig, nome strano lo so, viene dal nord dalla parte fredda del mondo.
Dove vivo io non fa mai freddo,non so bene nemmeno cosa sia il freddo, e come quando metti le mani nell'acqua della mattina vero?
É quella sensazione come di spilli che ti si conficcano nella pelle, fastidiosa all'inizio e a volte anche un po' dolorosa ma assai più piacevole del caldo torrido e dell'umidità della città.
Poi qui non c'è mai quella sostanza che al nord chiamano neve.
Quanto vorrei vederla, toccarla, mangiarla. Mi devo accontentare di quello che mi raccontano i mercanti che vengono da lì, le uniche persone con cui io possa parlare.
E si perchè nella città dove vivo non mi è permesso, ne a me ne a tutti quelli come me, di parlare con gli abitanti.
Io sono un immigrata, una di “fuori” e qui ad Ersilia quelli come me non possono parlare o instaurare nessun tipo di relazione con gli abitanti.
Si, Ersilia è una città un po' particolare, è anche chiamata città dei fili o delle connessioni, questo perchè tutte le relazioni tra le persone sono visibili tramite dei fili che collegano le loro case.
In pratica le persone qui sono tutte controllate...tranne noi “di fuori” e per questo non possiamo conoscere nessuno parlare con nessuno che vive dentro la città.
Però se vogliamo stare ad Ersilia dobbiamo fare qualcosa per lei.
E' così che funziona qui.
Quindi a noi toccano i lavori più umili quelli che gli abitanti non vorrebbero mai fare.
Io sono una “connettrice” cioè una di quelli che connettono le nuove relazioni tra due persone.
Ogni giorno vado di tetto in tetto e attacco un filo, filo che ha un colore diverso in base al rapporto tra le persone, e così fino alla sera.
Non amo questo lavoro...non amo Ersilia.
Però in quasta maniera ho imparato a osservare le persone, non a guardare, quello siamo capaci di farlo tutti.
Osservare, scrutare, riesco a capire le persone, cosa fanno, chi conoscono, cosa provano, solo osservandole.
Ma loro non si accorgono di me, non sanno chi sono, passo inosservata tra loro come se fossi invisibile.
La cosa non mi dispiace, a me piace osservare.
E camminando tra le vie di Ersilia mi immagino in altri luoghi,  sogno di viaggiare e scoprire, di tornare a casa, ad Ottavia.
Mi manca.
Mi mancano i suoi ponti, le rocce, la mia stanza, la cucina, la piazza...mi manca.
Ma siamo dovuti andare via, il deserto aveva reso la vita a tutti noi impossibile, chi non se ne andava pian piano moriva.
Orami sono pochi ad essere ancora li, o magari Ottavia è già diventata un'altra delle “città fantasma”, città che il deserto si è portato via.
Mio padre mi ha sempre detto che lasciare vuol dire essere consapevoli di non ritornare. Allora io non ho lasciato Ottavia perchè la mia consapevolezza è quella un giorno di tornarci.




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