giovedì 7 giugno 2012

Diario 1: lasciare

Quando lasci qualcosa è perché sai che non tornerai più da lei. Non vedrai più quella persona, non camminerai più per quelle strade, non proverai più quelle sensazioni, perché le hai lasciate. Saper lasciare non è semplice, devi essere forte ma anche disperato. Lasciare comporta sempre la perdita di qualcosa, è ciò che si è perso non ritornerà. Se ò'unica alternativa che hai è quella di lasciarti la tua vita alle spalle devi essere proprio disperato. Come eravamo noi. Ma questa è un'altra storia. Però quando hai imparato a lasciare hai la possibilità di apprendere come riappropriarsi di ciò che che non hai più. Ho imparato troppo in fretta a lasciare, e l'ho dovuto fare. Ma se ho lasciato non vuol dire che ho dimenticato. Io so che un giorno riuscirò a riprendermi ciò che ho dovuto lasciare alle spalle. UN giorno tornerò ad Ottavia.

                                         

domenica 6 maggio 2012

SOLVAIG


Non sono mai stata brava a parlare di me o solo a raccontare quello che mi accade, preferisco osservare quello che vedo attorno.
Però proverò a raccontarvi un po' di me.
Il mio nome è Sölvaig, nome strano lo so, viene dal nord dalla parte fredda del mondo.
Dove vivo io non fa mai freddo,non so bene nemmeno cosa sia il freddo, e come quando metti le mani nell'acqua della mattina vero?
É quella sensazione come di spilli che ti si conficcano nella pelle, fastidiosa all'inizio e a volte anche un po' dolorosa ma assai più piacevole del caldo torrido e dell'umidità della città.
Poi qui non c'è mai quella sostanza che al nord chiamano neve.
Quanto vorrei vederla, toccarla, mangiarla. Mi devo accontentare di quello che mi raccontano i mercanti che vengono da lì, le uniche persone con cui io possa parlare.
E si perchè nella città dove vivo non mi è permesso, ne a me ne a tutti quelli come me, di parlare con gli abitanti.
Io sono un immigrata, una di “fuori” e qui ad Ersilia quelli come me non possono parlare o instaurare nessun tipo di relazione con gli abitanti.
Si, Ersilia è una città un po' particolare, è anche chiamata città dei fili o delle connessioni, questo perchè tutte le relazioni tra le persone sono visibili tramite dei fili che collegano le loro case.
In pratica le persone qui sono tutte controllate...tranne noi “di fuori” e per questo non possiamo conoscere nessuno parlare con nessuno che vive dentro la città.
Però se vogliamo stare ad Ersilia dobbiamo fare qualcosa per lei.
E' così che funziona qui.
Quindi a noi toccano i lavori più umili quelli che gli abitanti non vorrebbero mai fare.
Io sono una “connettrice” cioè una di quelli che connettono le nuove relazioni tra due persone.
Ogni giorno vado di tetto in tetto e attacco un filo, filo che ha un colore diverso in base al rapporto tra le persone, e così fino alla sera.
Non amo questo lavoro...non amo Ersilia.
Però in quasta maniera ho imparato a osservare le persone, non a guardare, quello siamo capaci di farlo tutti.
Osservare, scrutare, riesco a capire le persone, cosa fanno, chi conoscono, cosa provano, solo osservandole.
Ma loro non si accorgono di me, non sanno chi sono, passo inosservata tra loro come se fossi invisibile.
La cosa non mi dispiace, a me piace osservare.
E camminando tra le vie di Ersilia mi immagino in altri luoghi,  sogno di viaggiare e scoprire, di tornare a casa, ad Ottavia.
Mi manca.
Mi mancano i suoi ponti, le rocce, la mia stanza, la cucina, la piazza...mi manca.
Ma siamo dovuti andare via, il deserto aveva reso la vita a tutti noi impossibile, chi non se ne andava pian piano moriva.
Orami sono pochi ad essere ancora li, o magari Ottavia è già diventata un'altra delle “città fantasma”, città che il deserto si è portato via.
Mio padre mi ha sempre detto che lasciare vuol dire essere consapevoli di non ritornare. Allora io non ho lasciato Ottavia perchè la mia consapevolezza è quella un giorno di tornarci.




CAMMINARE, PERCORRERE, PERDERSI

Perdere: restare privo di qualcosa che hai ottenuto.
Perdersi in uno spazio vuol dire che rimani privo della conoscenza che avevi di tale spazio.
Ma questo ti porta a scoprire. Se non sai, se sei perso tutto ciò che vedi che hai davanti ti è nuovo, e pian piano che navighi dentro esso costruisci il tuo spazio.
Da un punto, da un filo ho iniziato a costruire Ersilia, e mentre lei cresceva  io mi perdevo dentro di essa, creavo il mio e il suo spazio.

Camminare: l'atto di muoversi da luogo a luogo.
E così ho iniziato ad andare ad Ersilia.
Mi muovevo tra le sue strade, mi perdevo ancora a volte per scoprire posti nuovi, ma camminavo, camminavo e ricordavo le strade i luoghi e a volte persino le case.
Ogni giorno ne conoscevo un po di più.
Fino a che lo spazio non mi è diventato famigliare.

Percorrere: scorrere il tutta la lunghezza.
Adesso ad Ersilia non mi perdo più, se non per mia volontà, e cammino poco.
Non sono più in uno spazio appena conosciuto e da scoprire, le sue strade ormai sono per me come quelle della mia infanzia. Le conosco, sono mie.
Mi accorgo adesso dei piccoli cambiamenti in esse.
Una nuova casa li, il colore della nuova insegna del negozio...

domenica 8 aprile 2012

INIZIO

“E' abitando le menti altrui che diveniamo noi stessi...
E' provando a immaginare di essere qualcun altro che ci riconosciamo”
Un corpo dentro un altro corpo.
Creare uno spazio nello spazio.
Vedere gli oggetti, le persone, le strade, la città con degli occhi diversi, che non sono i miei.
Conoscere pian piano una persona nuova, che avevi da sempre vicino con te, ma che fino a poco prima non sapevi che esisteva.
Osservarla crescere, cambiare.
Scorgerne il viso, i gusti, i vestiti, il carattere.
E iniziare a comprendere pian piano quanto di lei sono io.
Iniziare a vedere il mondo con i suoi occhi.
Vedere Ersilia per la prima volta.
Viaggiare dentro di lei tra le strade e costruirle man mano che le percorro.
Nel mio viaggio sono guidata da lei da Sölvaig, la mia guida che mi insegna a camminare e osservare nel suo mondo.
Vedere il mondo come Ersilia ed Ersilia come il mondo.
Costruirla per poi distruggerla e ricostruirla seguendone le similitudini col mio mondo, il mio spazio.
Scoprire come l'identità e lo spazio siano l'uno dentro l'altro, l'uno dell'altro fino a divenire una cosa sola. E capire che loro ci sono se ci sono anche io, che siamo si due cose distinte ma che non possiamo essere separate.
Alla fine ne ho la certezza, e sono arricchita dalla loro esperienza, ereditando ciò che mi hanno insegnato.
Nel mio percorso ci sono stati momenti in cui mi sono trasformata.
In cui per brevi periodi entravo nel corpo di un altra persona.
Era come accendere la luce. Con lo stesso semplice meccanismo ho smesso di essere me e sono diventata un ' altra.
Inizialmente era difficile, ma col tempo è diventato tutto molto più semplice.
Dovevo vedere, dovevo sentire, provare e gustare le cose come lei per capirla.
A volte mi chiedo cosa ne peserebbe lei di quello che faccio o come lo farebbe.
All'inizio la sentivo più distante, vaga, poi però ho capito che non dovevo sforzarmi per conoscerla o capirla. Era una cosa naturale come se fossimo sempre state una affianco all'altra, amiche da una vita.
Da lì è stato tutto in discesa.
Adesso non penso di aver costruito uno spazio e un identità, ma di aver conosciuto un altra parte di me e con lei aver scoperto uno spazio.